Roma, 19 gennaio 2026
Attualità

La protesta dei ricercatori passata in sordina: precari in piazza per la stabilizzazione e contro l’uso militare della ricerca

Oggi in Italia lavorano circa 35mila ricercatori e ricercatrici con contratti a tempo determinato, mal pagati, spesso costretti a un precariato pluridecennale e senza prospettive di stabilizzazione

di Anita ArmeniseULTIMO AGGIORNAMENTO 8 mesi fa - TEMPO DI LETTURA 2'

È avvenuta ieri la giornata di mobilitazione straordinaria per il mondo della ricerca e dell’università italiana. Cortei, presìdi e assemblee si sono svolti in tutta Italia in occasione dello sciopero nazionale proclamato da Usb Pubblico Impiego per i settori Università e Ricerca, su impulso delle assemblee precarie delle Università. Un’ondata di partecipazione che ha coinvolto lavoratrici, lavoratori e studenti, uniti nel rivendicare diritti, dignità e un futuro stabile, oltre che nel respingere l’utilizzo della ricerca a fini bellici.

Ricerca, a Roma la Sapienza di unisce alla protesta davanti al ministero dell'Economia

Le manifestazioni hanno avuto luogo in numerose città: da Roma a Milano, da Palermo a Pisa, da Torino a Bari. In molti casi, le iniziative sono uscite dagli atenei per attraversare le città, come accaduto a Pisa, dove il corteo ha unito simbolicamente l’Università e il Cnr, o a Roma, dove oltre alla manifestazione all’università La Sapienza, si è svolto un presidio davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze. Una delegazione è stata ricevuta per consegnare una lettera indirizzata al ministro Giancarlo Giorgetti, contenente le richieste fondamentali dello sciopero.

Al centro della protesta una piattaforma chiara: dirottare i fondi attualmente destinati al riarmo e alla spesa militare, così come quelli nella disponibilità delle Regioni, verso il rafforzamento della Ricerca Pubblica. In particolare, il sindacato Usb chiede un piano straordinario di assunzioni e la stabilizzazione di tutti i precari – ricercatori e personale tecnico-amministrativo – oltre alla proroga dei contratti in scadenza, in attesa di misure strutturali.

Oggi in Italia lavorano circa 35mila ricercatori e ricercatrici con contratti a tempo determinato, mal pagati, spesso costretti a un precariato pluridecennale e senza prospettive di stabilizzazione. La protesta si concentra anche contro il disegno di legge Bernini – dal nome della ministra dell’Università – che propone l’introduzione di nuove figure di ricercatori flessibili, come il «professore aggiunto» e varie forme di borse a tempo determinato, con contratti attivabili senza bando tramite chiamata diretta. Una riforma che molti giudicano incoerente con gli impegni di stabilizzazione assunti con l’Unione Europea attraverso il Pnrr.

Ricerca, i numeri degli investimenti

A peggiorare il quadro, secondo i dati Istat del 2022, l’Italia investe solo l’1,37 per cento del proprio Pil in ricerca, contro un obiettivo europeo del 3 per cento. La quota di fondi pubblici destinata all’università è inferiore al 25 per cento, mentre Paesi come Germania, Svezia e Austria superano da anni il 3 per cento del Pil.

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