
Da vent’anni Daniela Alampi lavora al Sant’Andrea di Roma, tra reparti di rianimazione e sale operatorie. Anestesista e docente a La Sapienza, da qualche tempo ha aggiunto al lavoro clinico un altro ruolo. Quello dell'ascolto e il sostegno chi ogni giorno affronta turni lunghi e situazioni difficili, come Presidente del Comitato Unico di Garanzia dell’ospedale. Tra pazienti, colleghi e studenti, il suo lavoro si muove sempre su un filo comune.
Oggi la professoressa Daniela Alampi è una delle figure di riferimento della rianimazione romana, docente a La Sapienza e Presidente del Comitato Unico di Garanzia (CUG) dell’ospedale, organismo dedicato al benessere organizzativo, alla parità di opportunità e alla prevenzione di discriminazioni e mobbing sul lavoro.
Per la dottoressa la missione è sempre la stessa. Quella di osservare, ascoltare, dare risposte. Ma i luoghi e le modalità sono cambiate. Dai reparti di neurochirurgia e pronto soccorso, dove ogni gesto ha una conseguenza immediata sulla vita dei pazienti, alla gestione delle dinamiche tra operatori sanitari, dove è altrettanto importante tutelare la salute di chi lavora sotto pressione continua.
«Ho scelto la specializzazione in anestesia e rianimazione fin dall’inizio del mio percorso universitario», racconta, «mi affascinava la presenza del rianimatore, sempre pronto nei momenti di maggiore difficoltà, quasi un risolutore nelle situazioni da ultima spiaggia».
Dopo una prima esperienza nella camera iperbarica del Policlinico Umberto I°, nel 2001 vince il concorso come ricercatrice a La Sapienza, trasferendosi così al Sant’Andrea, allora ospedale in fase iniziale. «Sono felice di aver contribuito alla costruzione di quella realtà che oggi conosciamo», aggiunge.
La sua carriera è segnata da un costante desiderio di approfondire e sperimentare. Accanto all’attività clinica, si occupa di bioetica, con progetti come Indaco dedicati al fine vita dei pazienti, e collabora con la Società Italiana di Anestesia e Rianimazione (SIAARTI) per la gestione del rischio clinico e la sicurezza di pazienti e operatori.
«Insegnare agli studenti è stimolante», spiega, «soprattutto quando incontrano entusiasmo e curiosità, spingendoci a confrontarci con le nuove tecnologie senza dimenticare i valori che ci hanno formati».
Nel 2012 scopre anche la passione per la scrittura. Da quel primo racconto scritto su un treno, nascono raccolte come Ritagli di storie, Coriandoli, e romanzi come Senso vietato e Il talismano di Zagara. L’ultimo lavoro, presentato all’ultima edizione di Più Libri Più Liberi, si intitola Nel nome di Iago.
«Leggere è un’occasione emotiva straordinaria», racconta, «scrivere permette di osservare la vita intorno a noi, proprio come in un reparto di rianimazione: ogni persona ha la propria storia, ogni storia merita di essere ascoltata».
Oggi, come Presidente del CUG, Alampi porta la stessa attenzione alla vita professionale dei colleghi che portava ai suoi pazienti. «Ancora oggi molte realtà operative possono essere discriminanti», dice, «serve un impegno costante per creare ambienti di lavoro che rispettino dignità e aspettative».
Dalla Calabria a Roma, tra sale operatorie, aule universitarie e pagine di narrativa, la dottoressa Alampi ha costruito un percorso coerente. Prendersi cura della vita, in ogni forma. Non solo quella dei pazienti, ma anche quella dei colleghi, dei giovani studenti e di chi, leggendo i suoi libri, può per qualche ora vivere altre storie.
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