Roma, 4 marzo 2026
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Primavalle nuda, cronache da una periferia che resiste

Il QuindiLab e le iniziative culturali che ridanno vita al quartiere

di Laboratorio giornalismo SapienzaULTIMO AGGIORNAMENTO 4 ore fa - TEMPO DI LETTURA 7'
Primavalle nuda, cronache da una periferia che resiste

Un quartiere che non si attraversa per caso

«La verità è che ci hanno dimenticati». Irrompe così un residente storico in una giornata per caso, ma Primavalle non è un quartiere che si attraversa per caso. Qui si arriva perché ci si vive, perché ci si torna o perché si vuole capire cosa resta della Roma popolare.

Le strade raccontano una storia fatta di edilizia d’urgenza, identità collettiva e fratture mai ricucite veramente. Nato negli anni Trenta come risposta a un’emergenza abitativa, è oggi un concentrato di contraddizioni urbane, dove il passato pesa ancora sul presente e ogni angolo conserva una traccia di ciò che è stato.

Tra case popolari, murales che custodiscono la memoria e piazze frequentate da chi ha visto cambiare il proprio quartiere, Primavalle si mostra per quello che è: una periferia complessa, segnata, ma ancora profondamente viva.

È in questo contesto che nasce il QuindiLab, uno spazio d’arte ancora poco conosciuto nella borgata, ma che rappresenta un tentativo concreto di riattivazione culturale.

Nel linguaggio comune, una parte di Primavalle viene chiamata «Bronx»: un’area caratterizzata da disagio sociale, degrado urbano e interventi istituzionali discontinui.

Il territorio ha da sempre avuto una reputazione di quartiere difficile, ma negli ultimi anni sta emergendo anche un’altra narrazione, fatta di resistenza, memoria e impegno civico. In questo contesto, si inseriscono alcuni murales divenuti simboli collettivi: tra questi, il famoso dedicato ai fratelli Mattei, memoria di una ferita storica e politica; e quello in ricordo di Michelle, la giovane uccisa nel 2023, oggi simbolo di denuncia contro ogni forma di violenza.

La Primavalle raccontata dai residenti

Primavalle nasce negli anni Trenta del Novecento come quartiere popolare destinato alle popolazioni espulse dal centro durante il fascismo. È oggi, però, che il problema si manifesta in tutta la sua evidenza. A raccontarlo è la voce di Marco Biaciutti, un residente storico che ripercorre le origini della borgata:

«La problematica di questa borgata è caratterizzata dalle costruzioni dell’Ater: sono state abbandonate, ormai ci hanno proprio dimenticati. C’è gente a cui piove in casa, i terrazzi pericolanti, le strade, le vie… è stato un abbandono».

È così che racconta un degrado quotidiano al quale si assiste silenziosamente: «Qui si pensa solo al centro», conclude, «alle periferie non ci si pensa proprio».

Parole che danno voce a un sentimento diffuso di esclusione e che denunciano anche un abbandono istituzionale protratto nel tempo, che continua a marcare la vita dei residenti.

Se da un lato l’abbandono delle istituzioni e il degrado delle case popolari continuano a segnare la vita quotidiana, dall’altro emergono piccole realtà che provano a offrire un’alternativa concreta.

È in questo spazio di resilienza che nascono luoghi in cui l’arte e la cultura diventano strumenti concreti di partecipazione e relazione. Anche in un quartiere «difficile» è possibile costruire nuove occasioni di incontro, mostrando ai giovani che esistono percorsi diversi dalla strada.

Il QuindiLab: arte e cultura come strumenti di partecipazione

L'insegna del QuindiLab (Laboratorio di giornalismo Sapienza)

Un esempio concreto di questa risposta dal basso è il QuindiLab, «spazio d’arte in formazione» che da poco ha trovato sede a Primavalle.

A raccontarne le attività e lo spirito è proprio il presidente, Manuele Guarnacci. Si tratta di un laboratorio di formazione culturale e artistica con corsi vari:

«È un’arte che forma le persone e al tempo stesso si forma grazie al contributo di chi vi partecipa».

Guarnacci sottolinea la sfida di proporre cultura in un quartiere poco abituato a frequentare spazi artistici: «Farci conoscere qui non è semplice»; nonostante ciò, i corsi di teatro, attività storicamente più consolidata, registrano un’ottima partecipazione, e stanno nascendo anche nuovi percorsi artistici. «Il taglio che diamo è cercare di arrivare a tutti: a chi è già abituato a stimoli culturali e a chi no, ritrovando una grammatica comune», afferma, evidenziando come la cultura, secondo lui, significhi «dare stimoli che ci facciano mettere in discussione e ci aprano a nuove visioni della vita quotidiana».

Il lavoro del QuindiLab si inserisce in un territorio che, come osserva Guarnacci, sta vivendo profonde trasformazioni sociali.

Primavalle è oggi un quartiere con una popolazione sempre più anziana, difficoltà economiche diffuse e una progressiva perdita degli spazi di socialità.

«Un tempo ci si incontrava nei lotti, tra bambini e anziani; anche la fermata dell’autobus era un luogo di scambio e di chiacchiere. Oggi sempre meno».

È una trasformazione che non riguarda solo Primavalle: è un cambiamento diffuso, che qui diventa visibile nel vuoto lasciato in quei luoghi che prima tenevano insieme la comunità.

Eppure il bisogno di confronto e di relazione è trasversale, non dipende dal quartiere di provenienza. Chi varca la soglia del QuindiLab non è diverso da chi frequenta spazi simili in altre zone della città.

«Le persone che entrano qui hanno tutte voglia di dare e prendere qualcosa dal punto di vista umano».

In questo senso, il laboratorio è uno spazio neutro, capace di accogliere storie, esperienze e vissuti differenti, mettendoli in dialogo attraverso l’arte. Un luogo in cui «lasciare fuori» per qualche ora le pressioni della vita.

Cittadinanza attiva e responsabilità condivisa

Manuele Guarnacci infine lancia un messaggio ai giovani e ai cittadini in generale:

«Primavalle ha spazi pubblici centrali che necessitano di una cittadinanza attiva. Ci sono realtà culturali come la biblioteca, il QuindiLab e altre associazioni che hanno bisogno non solo di non essere dimenticate, ma anche di essere vissute»,

afferma, ribaltando l’idea che la responsabilità ricada esclusivamente sulle istituzioni.

Sentire questi spazi come parte del quartiere significa rafforzare il senso di comunità e costruire un’identità nuova, capace di contrastare la sensazione di isolamento e insicurezza.

«Gli stereotipi su criminalità e droga non sono falsi», ammette Guarnacci, «ma la cultura può offrire alternative concrete».

Sapere che anche a Primavalle è possibile creare spazi di incontro e partecipazione significa restituire al quartiere una possibilità diversa di vivere il quotidiano.

I presidi culturali diventano luoghi in cui ricostruire legami, ritrovare la socialità e l’umanità. Ed è proprio in queste piccole esperienze che Primavalle continua a dimostrare di essere una periferia segnata, ma ancora profondamente viva.

Di: Benedetta Margiotti, Beatrice Marinelli, Alice Mattei, Giorgia Morelli e Sara Musone

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Questo progetto è stato realizzato dalle studentesse del Laboratorio di tecniche e linguaggi del giornalismo del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, con la supervisione dei Proff. Dario Laruffa e Christian Ruggiero e con la collaborazione di Alfredo Sprovieri.

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