Roma, 17 marzo 2026
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Attentato alla Sinagoga di Roma del 1982, la Comunità ebraica: «Amarezza per la chiusura delle indagini»

Victor Fadlun parla di «omertà, reticenze e ostacoli» e chiede che si arrivi fino in fondo nell’accertamento delle responsabilità sull’attacco del 9 ottobre 1982 al Tempio Maggiore

di Redazione La CapitaleULTIMO AGGIORNAMENTO 6 ore fa - TEMPO DI LETTURA 5'
Attentato alla Sinagoga di Roma del 1982, la Comunità ebraica: «Amarezza per la chiusura delle indagini»

La Comunità ebraica di Roma ha accolto con amarezza la notizia della chiusura delle indagini sull’attentato del 9 ottobre 1982 davanti al Tempio Maggiore.

In quell’attacco fu ucciso Stefano Gaj Taché, che aveva 2 anni, mentre decine di persone rimasero ferite all’uscita dalla Sinagoga durante la festa di Sheminì Atzeret, in chiusura di Sukkot.

Secondo quanto riferito nella nota diffusa dalla Comunità, l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone rappresenta un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità e di restituzione della giustizia. Resta però, nelle parole dei rappresentanti della Comunità, il peso di oltre quattro decenni segnati da ritardi, silenzi e ostacoli.

La posizione della Comunità ebraica di Roma

La nota definisce l’attentato alla Sinagoga di Roma come un atto antisemita che colpì «innocenti in preghiera», sullo sfondo di un conflitto che si svolgeva altrove. La Comunità ebraica di Roma esprime riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che in questi anni hanno lavorato anche sul piano della cooperazione internazionale per riaprire e sviluppare le indagini.

Il riferimento è a un’inchiesta che, secondo quanto emerso anche dalla Procura di Roma, è stata riattivata sulla base di nuovi elementi emersi nelle indagini francesi sull’attentato di Parigi del 2 agosto 1982, ricondotto alla stessa organizzazione. In questo quadro investigativo, la Procura ha parlato di convergenze oggettive e soggettive tra i due attentati del 1982 e di un inserimento dell’azione di Roma nella strategia dell’organizzazione di Abu Nidal.

Le parole di Victor Fadlun

Il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, ha sottolineato soprattutto il ritardo con cui si è arrivati a questo passaggio giudiziario. «Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità», ha dichiarato.

Fadlun ha aggiunto che per troppo tempo la verità sarebbe rimasta ostacolata da «silenzi, protezioni e ambiguità» che, a suo giudizio, non possono essere accettati.

Nella stessa dichiarazione, il presidente della Comunità ha chiesto che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili siano portati davanti a una corte di giustizia, definendo questo obiettivo un diritto delle vittime e delle loro famiglie e, insieme, un dovere dello Stato.

Una ferita ancora aperta per Roma e per il Paese

Nella seconda parte della nota, la Comunità ebraica di Roma ribadisce che l’attentato del 9 ottobre 1982 non può essere considerato una pagina chiusa. Viene definito una ferita che riguarda l’intero Paese, non solo la comunità colpita direttamente. Il richiamo è anche alle parole del capo di Stato Sergio Mattarella, che aveva ricordato Stefano Gaj Taché come «un nostro bambino, un bambino italiano».

Per la Comunità, la morte del piccolo e il ferimento di decine di persone continuano a rappresentare un monito per le istituzioni e per la società, in una fase in cui torna centrale anche l’allarme per l’aumento degli episodi di antisemitismo.

Il nodo giudiziario e l’appello a non abbassare la guardia

Fadlun ha affermato che la Comunità continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari, nel ricordo di Stefano Gaj Taché e di tutte le vittime dell’odio antisemita. L’appello finale è rivolto all’intera comunità nazionale, invitata a non abbassare la guardia di fronte ai segnali di radicalizzazione e agli episodi concreti di antisemitismo richiamati nella nota.

Il passaggio della chiusura delle indagini viene quindi letto come un avanzamento importante, ma non conclusivo, in una vicenda che per la Comunità ebraica di Roma resta ancora aperta sotto il profilo della piena ricostruzione delle responsabilità. Sul piano pubblico e simbolico, il messaggio è che la verità sull’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982 non appartiene solo alla memoria della Comunità, ma alla storia democratica dell’intero Paese.

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