Roma, 13 gennaio 2026
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La protesta dei taxi arriva a Montecitorio, dalla piazza cori e petardi contro governo e multinazionali

Cartelli contro Meloni e Uber, accuse di lobby e un fronte che va da Milano a Napoli: lo sciopero dei tassisti diventa un racconto a più voci

di Giacomo ZitoULTIMO AGGIORNAMENTO 5 ore fa - TEMPO DI LETTURA 5'

Davanti a Montecitorio l’aria è satura di rumore e di nervi tesi. I petardi esplodono a intermittenza, i fumogeni salgono tra le bandiere e i cori rimbalzano contro le facciate dei palazzi. È il giorno dello sciopero nazionale dei taxi e il corteo partito da Fiumicino ha raggiunto piazza Capranica e l’area davanti alla Camera, presidiata in forze dalla polizia.

«Restiamo fino a stanotte, se serve», urlano i sindacati. Dal fondo del corteo risponde un altro coro: «Ci fermiamo anche domani». La piazza davanti a Palazzo Chigi viene chiusa, mentre la tensione resta alta e la manifestazione continua a premere contro il cordone delle forze dell’ordine.

Meloni, Uber e i cartelli della rabbia

La protesta prende forma sulle sagome di cartone e sui lenzuoli appesi alle transenne. «Giorgia Meloni tu vuo’ fa l’americana ma sei nata in Italy. Dove paga le tasse Uber?» recita uno dei cartelli più fotografati. Poco più in là, un altro mescola media e politica: «Le Iene uguale Mediaset. Forza Italia amici di banche e multinazionali».

In mezzo ai cori contro Uber e al governo, un nome ricorre come bersaglio politico e simbolico. Si tratta di Lorenzo Bittarelli, presidente dell’Unione Radiotaxi d’Italia e del consorzio ItTaxi, più volte indicato dalla piazza come il volto di una trattativa giudicata un tradimento della categoria. È su quell’accordo che si concentra una parte della rabbia: per molti tassisti rappresenta l’ingresso delle multinazionali dentro il servizio pubblico.

La voce dei tassisti: “Siamo stanchi del silenzio”

Tra le bandiere e i fumogeni, Riccardo Cacchione, coordinatore nazionale di Usb Taxi, spiega perché la protesta non è solo contro Uber ma contro una lunga attesa istituzionale. «Siamo qui in piazza perché siamo stanchi del silenzio del Ministero dei Trasporti e della Presidenza del Consiglio rispetto a una normativa che doveva equilibrare il servizio taxi. Dal 2019 aspettiamo i decreti attuativi che dovrebbero completare quella riforma e non vengono fatti».

Su questa immobilità, sostiene, si innesta «l’azione delle multinazionali che crea un disastro nel trasporto pubblico», anche grazie «alla complicità di alcuni che hanno fatto accordi con loro». Il risultato, dice, è un sistema in cui «le tariffe sono gestite dagli algoritmi e non da tariffe comunali» e in cui «l’utenza viene discriminata». «Da una parte c’è il servizio taxi con tariffe amministrate, dall’altra c’è chi approfitta dei picchi di domanda per massacrare i cittadini».

Domani al tavolo con Salvini, Cacchione promette di riportare tutto questo: «Gli diremo a che punto sta quella riforma cominciata nel 2019 e perché le irregolarità non sono state sistemate. Uber ha un solo interesse, il profitto, che trasferisce nei paradisi fiscali, mentre noi garantiamo un servizio pubblico. Le regole devono valere per tutti».

Dalle città alla Capitale: «Il servizio pubblico non si tocca»

Non è una piazza solo romana. Tra gli striscioni sventolano bandiere di Trieste, Napoli, Milano. «Sono venuto per solidarietà verso tutti i colleghi», racconta Luca Lamperti, tassista milanese arrivato a Montecitorio. «Chiediamo al governo di completare l’iter legislativo e di fare qualcosa di concreto contro l’impero che le multinazionali vogliono costruire, il monopolio che vogliono imporre nel trasporto pubblico non di linea».

A Milano, dice, questo si vede già, anche in vista delle Olimpiadi: «Ogni grande evento diventa un’occasione per permettere alle multinazionali di mettere le mani sul trasporto pubblico locale. Noi siamo qui per ribadire che il servizio pubblico non si tocca».

Quando la protesta viene liquidata come corporativa, la risposta è secca: «Difendere il servizio pubblico vuol dire difendere anche l’utenza e un modello sociale diverso, contro i fondi di investimento che controllano le multinazionali. Noi non vogliamo diventare rider del volante, né subire il caporalato tecnologico».

Lo scontro con i Radicali e la piazza che si chiude

Nel cuore della manifestazione irrompe anche Matteo Hallissey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani, con un Pos in mano e cartelli contro le “lobby”. La sua presenza accende un fronte parallelo dentro la protesta. Hallissey denuncia di essere stato aggredito mentre cercava di manifestare contro lo sciopero: «La risposta è stata un’aggressione pesantissima, tra sputi e calci».

Per lui la piazza dei taxi rappresenta «una delle lobby più tutelate d’Italia» che protesta chiedendo «ancora più privilegi». Per i manifestanti, invece, quella irruzione è una provocazione in un momento già carico di tensione.

Alla sua azione corrispondono le parole di Filippo Blengino, Segretario dei Radicali Italiani, che definisce i manifestanti «fascisti» e una «combriccola di privilegiati». Voci di dissenso anche da Forza Italia, dove Isabella De Monte (prima firmataria di una proposta di legge per regolare il settore) descrive l'obiettivo dello sciopero «fuori dalla realtà», in quanto «il trasporto pubblico non di linea ha bisogno di una scossa, serve liberalizzare il mercato e contrastare l'abusivismo».

Salvini: «Non ho voluto interferire»

Mentre fuori i petardi continuano a scoppiare, la risposta del governo arriva da un’altra sala, al Senato. Matteo Salvini ribadisce di aver convocato le sigle per il giorno dopo. «Ho convocato le associazioni domani. Domani: non ho voluto interferire, quindi è giusto che ognuno rivendichi quello che ritiene di rivendicare. Domani pomeriggio ho convocato tutte le sigle dei Taxi al Ministero».

Una frase che nella piazza viene letta come una distanza, mentre il corteo promette di non sciogliersi e di restare davanti al Parlamento fino a quando non arriverà un segnale concreto. La difficoltà nel palazzo è lampante, viste anche le parole del sottosegretario di Stato al Mit Tullio Ferrante (di Forza Italia) secondo cui «sono inaccettabili le posizioni di tipo corporativo volte a difendere lo status quo».

Secondo Ferrante, infatti, con la proposta di legge volta a liberalizzare il settore si favorirà l'apertura del mercato agli Ncc, «che svolgono una essenziale funzione complementare e integrativa rispetto al Tpl», o ad altri attori come Uber. Montecitorio intanto resta chiuso, presidiato, attraversato da una protesta che si racconta a più voci e che non accetta di essere ridotta a un solo slogan.

Foto di Giacomo Zito (La Capitale)

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