
Cardinale Pietro Parolin (Ph. Vatican news)
La voce del Papa contro la guerra «deve essere sostenuta». È il monito del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in un’intervista al periodico «Dialoghi» di Azione Cattolica, in cui ribadisce il ruolo morale del Pontefice nello scenario internazionale.
«Non possiamo nasconderci dietro un dito: la voce dei papi è profetica» afferma Parolin, che sottolinea come il vescovo di Roma rappresenti «un’autorità morale la cui importanza si è accresciuta quando ha perso il suo potere temporale». Tuttavia, aggiunge, si tratta di «una voce che grida nel deserto se non viene sostenuta e concretamente aiutata».
Il cardinale richiama poi un precedente storico significativo, quello di Giovanni Paolo II: «Basti pensare all’azione di Giovanni Paolo II per la libertà nei Paesi dell’est europeo sotto la cortina di ferro: la sua voce - ricorda - è stata sostenuta e supportata perché quell’azione rientrava nell’interesse dei Paesi occidentali».
Diverso, invece, il contesto delle guerre in Iraq: «Quando, dopo la caduta di quei sistemi, miracolosamente quasi incruenta, lo stesso pontefice ha supplicato di non imbarcarsi nella prima e poi nella seconda guerra in Iraq, è stato lasciato solo da quegli stessi che fino a poco prima lo osannavano».
Una distanza che secondo Parolin «non deve mai impedire di mantenere un dialogo aperto, con tutti».
Il Segretario di Stato vaticano lancia anche un duro monito contro il riarmo globale: «È un’utopia pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri imposti dal più forte, piuttosto che dagli accordi internazionali». Aggiunge poi una denuncia contro l’espansione degli arsenali, in particolare nucleari: «Crediamo fermamente che gli arsenali vadano svuotati, a partire da quelli nucleari», e critica così il mancato rinnovo degli accordi di riduzione degli armamenti che ha lasciato «mano libera alla costruzione di strumenti di morte».
Da qui l’appello a «più voci di pace» contro «la follia della corsa al riarmo», insieme alla necessità di rilanciare diplomazia e cooperazione multilaterale.
Il cardinale richiama le principali crisi globali. Definisce la guerra in Ucraina «una ferita» nel cuore dell’Europa «di cui non è sufficientemente avvertita la devastazione».
Evidenzia inoltre una disparità di approccio nella comunità internazionale: «Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza» parlando di «doppi standard» e di un «primato della potenza» che svuota il diritto internazionale.
Alla base vi sarebbe una crisi della diplomazia, oggi «muta, incapace di attivare strumenti alternativi», sostituita dalla logica del più forte. In questo quadro, Parolin ribadisce il ruolo delle organizzazioni internazionali - a partire dalle Nazioni Unite - fondamentali per «frenare la logica del più forte».
Infine, il cardinale affronta il rapporto tra politica e valori cristiani: «Non mi dispiace quando ascolto politici che si riferiscono ai valori cristiani e li indicano come il faro della loro azione. Parlo in generale e per tutti».
Ma avverte: «Il punto è che la fede cristiana, con le sue conseguenze, non è un banco di esposizione di vari prodotti la cui scelta è lasciata nelle mani dell’acquirente».
Parolin richiama a una visione integrale della vita: «Non possiamo dire di amare e difendere la vita e preoccuparci solo di quella dei nascituri senza considerare che è vita anche quella dei migranti che muoiono in mare, delle donne e dei bambini che non hanno di che sfamarsi, dei popoli devastati dalle armi che produciamo e vendiamo, di chi rivendica il diritto di scegliere liberamente la propria fede». Chiosa infine con un richiamo alla responsabilità collettiva: «L’odio, la guerra, la violenza iniziano quando dimentichiamo il volto dell’altro».
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