
Fabio Mazzeo
A marzo si apre una nuova mostra all’interno di Preposizioni, il progetto ideato dall’architetto Fabio Mazzeo che, nel suo studio a Palazzo Baldoca Muccioli, in via Giulia, mette in dialogo discipline, pratiche e visioni diverse.
L'esposizione presenterà le opere di Gabriele Valli, in arte Pazz, per il terzo appuntamento di un processo di contaminazione artistica che ha già interessato il cinema, con Paul Edward Haggis, e la moda, con la stilista Frida Giannini.
Ma più che sull’esposizione in sé, il format si concentra sul processo che nasce dall’incontro. È lo stesso Mazzeo a raccontarne origine, metodo e senso, in questa intervista.
Nella presentazione del secondo appuntamento dei Preposizioni, ci hai parlato «di un’esplorazione del momento in cui le discipline smettono di difendere i propri confini e iniziano a contaminarsi nella pratica». Puoi raccontarci nel dettaglio da dove nasce l’idea del progetto e se — e quali — obiettivi si pone nel medio e lungo periodo?
Questo progetto nasce da una decisione autobiografica. Dopo trent’anni di lavoro tra architettura, arte, design e tecnologia, supportati anche da una forte passione per il lavoro artigianale, fatto a mano, a un certo punto ho capito che questa contaminazione non era casuale. Non era un’eccezione, ma un metodo.
Un metodo che genera risultati impossibili da ottenere restando all’interno di una sola disciplina. Ogni volta che una disciplina entra in contatto con l’altra, infatti, si produce qualcosa che nessuna delle due avrebbe potuto generare da sola.
Il vero progetto non sta al centro di una disciplina, ma sul bordo, nel momento in cui le discipline si incontrano.
Da qui nasce il nome "Preposizioni". La preposizione è un elemento minimo della grammatica italiana, ma assume significato solo quando mette in relazione due cose: con, tra, fra, in. Sono particelle piccole, ma con un potenziale generativo enorme. L’idea era proprio questa: non raccontare un esito, ma mettere in scena una connessione.
Per questo Preposizioni non è pensato come un ciclo tradizionale di conferenze o mostre. L’intenzione non è produrre contenuti, ma generare relazioni. Mettere in scena l’energia che si sviluppa nell’incontro con le persone.
Esiste una cura, una curatela, ma non un calendario prestabilito. Gli incontri nascono da una certa casualità. Conosciamo molte persone, ma poi ne scegliamo alcune per affinità, per chimica, per vicinanza elettiva.
Un calendario rigido andrebbe in contraddizione con la natura stessa del progetto. La scelta, infatti, non è avvenuta per temi, ma per le persone. Persone che afferivano a discipline diverse e che, incontrandosi, producevano qualcosa di ulteriore.
Il pubblico che ruolo ha in questo processo?
È una messa in scena del saper fare. Si parla di emotività, di prossimità elettive, di cose che vanno dal tangibile all’intangibile. In un momento storico in cui il digitale ha reso tutto riproducibile e istantaneo, questo format rivendica una lentezza, una voglia di fermarsi e riflettere.
Cosa puoi raccontarci invece sul rapporto con lo spazio espositivo?
Ti rispondo subito in maniera molto netta: lo spazio ovviamente non è mai neutro, anche perché sarebbe anche abbastanza poco onesto fingere il contrario.
Ogni luogo porta con sé una storia, un’atmosfera, una disposizione emotiva. Palazzo Baldoca Muccioli è un edificio del Cinquecento, con una forte stratificazione. Non è un peso, è una risorsa.
Lo studio resta volutamente visibile, non ordinato per l’occasione. «Non lo rendiamo “bello” per un visitatore ipotetico. Lo lasciamo confuso come la nostra confusione creativa, perché chi entra capisce subito che si trova in un posto dove la pratica è un fatto sostanziale».
Passando dal palazzo alla città, quale relazione crea questo progetto con Roma?
Roma è l’emblema della stratificazione. È stata costruita da popoli, materiali e visioni diverse.
Con la bellezza del passato, di solito il contemporaneo si trova davanti a delle scelte difficili: o si oppone in modo contraddittorio perché lo combatte, oppure si inchina a questa storia pesante.
Il nostro lavoro cerca una terza via: non ignorare la stratificazione, non subirla, ma abitarla e reinterpretarla.
A marzo, all’interno di questo percorso, si apre una nuova mostra. Cosa ci vuoi anticipare?
Guardando le opere di Gabriele la prima parola che mi viene in mente è felicità. È un’idea felice della vita.
Ma superato l’impatto emotivo iniziale, ti accorgi che dietro c’è un percorso di vita, fatto anche di inciampi, difficoltà, solitudine, dolore. Ogni quadro è come una narrativa, il racconto di un’esperienza.
Un equilibrio che, per il curatore, è centrale: «Riesce a parlare di dolore senza negarlo, ma convertendolo».
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