
Mentre l’Italia celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, i dati Istat scattano una fotografia nitida di una regione che vive un rapporto complicato con la propria risorsa più preziosa.
Sebbene a livello nazionale i prelievi di acqua potabile siano scesi a 8,87 miliardi di metri cubi, segnando il punto più basso degli ultimi 25 anni, il Lazio continua a «pescare» moltissimo. Con 1,12 miliardi di metri cubi prelevati, la nostra regione si piazza al secondo posto in Italia, subito dopo la Lombardia, contribuendo per il 12,6% all'intero volume nazionale.
Gran parte di questa ricchezza arriva direttamente dalle viscere della terra. Secondo l'analisi, infatti, «l'uso di fonti sotterranee è preponderante nei distretti Appennino centrale e Alpi orientali, nei quali rappresenta oltre il 95% del prelevato». Ma, a integrazione di queste fonti, il Lazio è una delle pochissime realtà che deve ricorrere, seppur in minima parte, al prelievo da acque marine per sopperire alle carenze locali.
Eppure, nonostante questa abbondanza naturale, la fiducia dei cittadini vacilla. Infatti i numeri rivelano che nel Centro Italia l’8,4% delle famiglie lamenta irregolarità nell'erogazione, un dato in crescita costante.
Il problema non resta confinato alla disponibilità della risorsa, ma tocca il portafoglio e la trasparenza del servizio. Il Lazio si ritrova in una posizione scomoda per quanto riguarda la chiarezza dei documenti di pagamento.
I rapporto evidenzia come «il livello di insoddisfazione per la comprensibilità delle bollette raggiunga i valori più alti in Sicilia, Calabria, Abruzzo e Lazio», dove il 44,6% delle persone dichiara di non riuscire a interpretare correttamente i costi.
Non sorprende, quindi, che quasi la metà delle famiglie del Centro Italia giudichi la spesa per l'acqua decisamente troppo elevata, con punte di insoddisfazione che arrivano al 46,6%.
La crisi colpisce duramente anche il cuore agricolo della regione. L'agricoltura laziale soffre a causa di un sistema che non regge il passo dei cambiamenti climatici, tanto che nel Centro-nord le percentuali di aziende in difficoltà risultano significative, attestandosi all'«81,1% nel Centro». In queste zone la rete pubblica spesso non basta e gli agricoltori devono fare affidamento sull'autoapprovvigionamento, che copre il 69,2% delle superfici irrigate.
Tra i fattori principali si segnalano la «marcata obsolescenza delle infrastrutture acquedottistiche» e temperature record che hanno reso il 2024 l'anno più caldo mai rilevato a scala nazionale.
In questo scenario, la sfiducia nel «bere dal rubinetto» resta una costante. A livello nazionale, «le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l'acqua del rubinetto sono tre su dieci», pari al 29,9% della popolazione. Questo dato spinge l'Italia ai vertici europei per prelievi pro capite, con 150 metri cubi annui per abitante, un valore secondo solo a quello dell'Irlanda
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