
In un contesto in cui le malattie cardiovascolari restano tra le principali cause di mortalità, la cardiologia si muove sempre di più verso una logica di prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico complessiva del paziente.
Non si tratta soltanto di intervenire nell’emergenza, ma di riconoscere per tempo i fattori di rischio, correggere gli stili di vita e accompagnare la persona anche dopo l’evento acuto, con percorsi capaci di incidere sulla qualità della vita e sul recupero della quotidianità.
Ne parliamo con Dario Giordano, cardiologo del Gruppo INI, che analizza il peso di sedentarietà, fumo, diabete e stress, ma anche sulle nuove tecnologie applicate alla cardiologia e sul ruolo ancora troppo sottovalutato della riabilitazione cardiorespiratoria.
Dott. Giordano, si sente spesso dire che le malattie cardiovascolari restano tra le principali cause di mortalità. Quali sono oggi i fattori di rischio più diffusi?
«I fattori di rischio più diffusi sono quelli che conosciamo da tempo e che continuano a essere estremamente presenti nella popolazione: sedentarietà, sovrappeso, fumo, ipertensione arteriosa, diabete, colesterolo elevato.
A questi si aggiungono altri elementi che per anni sono stati considerati secondari, ma che oggi sappiamo avere un impatto reale, come lo stress cronico, la cattiva qualità del sonno, i ritmi di vita disordinati e un’alimentazione scorretta, troppo ricca di cibi processati, zuccheri e grassi di scarsa qualità».
«Il punto è che questi fattori spesso non si presentano da soli: magari una persona fuma un po’, ha la pressione un po’ alta, fa poca attività fisica e ha qualche chilo in più. Tutti insieme costruiscono un terreno favorevole alle malattie cardiovascolari».
C’è anche un problema di sintomi assenti o sottovalutati?
«Assolutamente sì. Una cosa importante da sottolineare è che questi fattori di rischio sono spesso silenziosi. Per esempio la pressione alta, anche quando è molto elevata, per tante persone è del tutto asintomatica. Mi capita tutti i giorni di vedere persone con valori molto alti, oppure con colesterolo elevato, senza alcun segno evidente».
«Quindi tante persone pensano di stare bene, ma in realtà stanno accumulando un danno vascolare. Ecco perché il cuore e in generale l’apparato cardiovascolare andrebbero controllati non solo quando compaiono i sintomi, ma molto prima. La sfida è proprio questa: non arrivare tardi».
Quanto incidono stile di vita, alimentazione e attività fisica nella prevenzione primaria?
«Incidono in modo estremo. Quando parliamo di prevenzione primaria, parliamo di tutto ciò che si può fare prima che la malattia si manifesti in modo macroscopico. In questo ambito bisogna agire su più fronti».
«Un’alimentazione equilibrata non serve solo a non ingrassare: serve a controllare la pressione, a ridurre il rischio di sviluppare il diabete, a migliorare il profilo lipidico, a contenere l’infiammazione cronica che spesso accompagna il sovrappeso. Allo stesso modo l’attività fisica non è importante solo per la forma, ma migliora la funzione cardiaca, rende il cuore più elastico, aiuta a regolare la glicemia, riduce la pressione, migliora anche il tono dell’umore e rende il nostro organismo più efficiente».
Spesso però si pensa che per cambiare servano rivoluzioni drastiche.
«Ed è proprio qui che bisogna fare chiarezza. Quando si parla di stile di vita, molte persone immaginano cambiamenti estremi o irrealistici. In realtà anche poco fa la differenza. Iniziare a camminare regolarmente, ridurre il fumo fino a smettere, migliorare l’alimentazione in modo progressivo: tutte queste azioni, se mantenute nel tempo, producono un effetto reale».
«Più precocemente si costruiscono buone abitudini, maggiore sarà il beneficio nel lungo periodo».
Rimanendo sul tema della prevenzione: quali controlli cardiologici è utile fare periodicamente, soprattutto dopo i 40 anni?
«Dopo i 40 anni è ragionevole iniziare a considerare il controllo cardiovascolare come parte della normale cura della propria persona, anche in assenza di sintomi. Questo non significa medicalizzare tutti, ma avere un atteggiamento consapevole».
«Bisogna valutare il peso corporeo, la circonferenza addominale, gli esami del sangue, la glicemia, il profilo lipidico, i valori di pressione arteriosa anche a casa e non soltanto dal medico, oltre naturalmente alle abitudini di vita».
E dal punto di vista strettamente cardiologico?
«L’elettrocardiogramma è spesso il primo esame che si usa per orientarsi: è rapido e facilmente eseguibile. In molti casi si rende utile anche un’ecografia del cuore, cioè l’ecocardiogramma. Poi non esiste un protocollo identico per tutti: in alcuni pazienti può essere indicato il test da sforzo, in altri un Holter delle 24 ore, dell’elettrocardiogramma oppure della pressione arteriosa, soprattutto se ci sono sintomi come dolore toracico, affanno da sforzo o palpitazioni».
«I controlli devono essere guidati dalla clinica e non dalla casualità. Fare tanti esami senza criterio non significa fare buona prevenzione, ma creare confusione. La prevenzione cardiologica ben fatta è una prevenzione mirata e individualizzata».
Negli ultimi anni come è cambiata la gestione delle malattie cardiovascolari?
«Sta cambiando molto. In passato la cardiologia era percepita soprattutto come una disciplina legata all’urgenza: l’infarto, l’aritmia acuta, lo scompenso già in fase avanzata. Oggi abbiamo una visione più ampia. Continuiamo ovviamente a occuparci della fase acuta, ma lavoriamo molto di più sulla stratificazione del rischio e sulla diagnosi precoce, perché abbiamo più strumenti sia diagnostici sia terapeutici».
«Con le conoscenze attuali il rischio cardiovascolare si valuta nel suo insieme: non si guarda più solo il singolo fattore, ma il modo in cui i vari fattori di rischio si combinano tra loro e determinano la necessità di un controllo più intenso o di un trattamento precoce».
Ci sono stati miglioramenti anche nelle terapie?
«Sicuramente sì. Abbiamo avuto un miglioramento delle terapie sia in termini di farmaci, che oggi sono più efficaci e più mirati alla causa del problema, sia in termini di procedure interventistiche innovative per la cardiopatia ischemica, i problemi valvolari, lo scompenso cardiaco e le aritmie».
«Ma è migliorato anche l’approccio complessivo, perché oggi il cardiologo lavora sempre più spesso in integrazione con il medico di famiglia, il diabetologo, lo pneumologo, il neurologo. Questo è importante perché il paziente cardiovascolare spesso presenta varie comorbidità e bisogna prendersi cura di tutte».
Oggi si parla molto di nuove tecnologie e intelligenza artificiale. In che modo stanno cambiando la cardiologia?
«L’intelligenza artificiale si sta integrando un po’ in tutta la strumentazione, non solo cardiologica ma medica in generale. Già gli esami che abbiamo nominato prima, come elettrocardiogramma ed ecocardiogramma, hanno software implementati con intelligenza artificiale che assistono il medico e il personale infermieristico in una diagnosi più rapida, soprattutto in contesti di emergenza».
«Poi è diventata di centrale importanza, per esempio, la TAC coronarica, che con un bassissimo dosaggio di radiazioni nei macchinari moderni permette di valutare il rischio di andare incontro a un infarto. Oppure la risonanza magnetica cardiaca, che grazie ai nuovi software consente di studiare molto più nel dettaglio la struttura del cuore e condizioni cliniche complesse».
Quindi la tecnologia sta incidendo sia sulla diagnosi sia sulla terapia?
«Assolutamente sì. Da un punto di vista diagnostico ci sta aiutando molto, ma anche da un punto di vista terapeutico. Penso sia alle procedure di cardiologia interventistica per i problemi delle coronarie e delle valvole, sia alle procedure di elettrofisiologia per lo studio ed il trattamento delle aritmie che spesso sono condizioni estremamente complesse. La presenza di macchinari innovativi ci permette un approfondimento diagnostico superiore ma anche la possibilità di risolvere problemi che prima non era possibile trattare».
Ci sono anche nuove terapie o approcci innovativi particolarmente significativi?
«Sì. Ci sono farmaci molto innovativi e tanti altri sono in fase di sviluppo. La nuova tecnologia farmacologica cerca di andare sempre più alla base del problema, mentre in passato spesso si restava più in superficie. Oggi si punta a trattamenti più mirati e più sostenibili nel lungo termine, anche perché i farmaci di ieri erano talvolta meno tollerati quando dovevano essere assunti in maniera cronica».
«Anche la parte interventistica ha fatto passi da gigante, perché determinati problemi potevano essere risolti solo chirurgicamente, con accesso al torace e quindi con interventi molto più invasivi. Oggi in molti casi si riesce a intervenire in modo meno traumatico, riducendo il rischio operatorio e favorendo una ripresa più rapida».
Lei insiste molto anche sul tema della riabilitazione. Quanto è importante dopo un evento cardiaco?
«È fondamentale ed è ancora troppo spesso sottovalutata. Molte persone pensano che la cura finisca con l’intervento o con la stabilizzazione del problema acuto. In realtà molto spesso è proprio da lì che inizia una fase decisiva».
«Dopo un infarto, dopo un intervento cardiochirurgico, dopo uno scompenso cardiaco che ha richiesto un ricovero, il paziente ha bisogno non solo di essere curato nel momento acuto, ma di essere rimesso nelle condizioni di tornare alla sua vita come prima dell’evento. La riabilitazione cardiologica serve esattamente a questo: migliorare la capacità funzionale, ottimizzare la terapia, controllare meglio i fattori di rischio, educare il paziente ai comportamenti corretti e favorire un ritorno più sicuro alla vita quotidiana».
C’è anche un aspetto psicologico, oltre a quello clinico?
«Sì, ed è molto importante. Nella pratica quotidiana incontro pazienti che dopo un evento cardiaco vivono nella paura, sono fragili, insicuri nel movimento, temono di sottoporsi a sforzi fisici e hanno la sensazione di essere diventati improvvisamente malati. La riabilitazione aiuta anche a ricostruire questo equilibrio».
«È un percorso che funziona proprio perché è multidisciplinare: oltre al cardiologo, coinvolge il fisiatra, i fisioterapisti, gli psicologi, gli infermieri specializzati. Non dovrebbe essere vista come un’aggiunta facoltativa, ma in molti casi come una parte cruciale della cura della persona».
Se dovesse lasciare un messaggio finale ai lettori, quale sarebbe?
«Trattare bene un evento cardiaco significa anche occuparsi del dopo. Il nostro obiettivo deve essere il benessere a 360 gradi del paziente. La riabilitazione cardiologica influisce moltissimo sia sulla qualità della vita, sia sulla riduzione del rischio di recidive future. A guadagnarci è il paziente, ma in generale anche la società, perché riabilitare bene una persona significa ridurre nel lungo termine anche il peso complessivo della malattia».
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Dario Giordano è cardiologo del Gruppo INI. Ha 35 anni, si è formato a Roma presso il Policlinico Gemelli e si è specializzato in cardiologia all’Università La Sapienza. Svolge la sua attività in diverse strutture del gruppo, in particolare nell’area di Tivoli e Guidonia, e segue con particolare interesse i progetti legati allo sviluppo della riabilitazione cardiorespiratoria.
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