Roma, 4 marzo 2026
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Cronaca di Roma

Oltre la Siae, l'intervista a Davide D’Atri ci racconta la rivoluzione di Soundreef

Oggi inauguriamo un nuovo ciclo di interviste ai “Campioni di Roma”, i romani - di nascita o di adozione - che hanno dato forma a idee innovative, capaci di incidere davvero, riscrivere le regole, cambiare la realtà. E’ in questo contesto che tratteremo argomenti diversi con imprenditori, artisti e sportivi, con un denominatore comune per tutti: la romanità

di Stefano QuagliozziULTIMO AGGIORNAMENTO 3 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Davide d'Atri, Amministratore Delegato di Soundreef SpA

Davide d'Atri, Amministratore Delegato di Soundreef SpA

Siamo con Davide D’Atri, fondatore e amministratore delegato di Soundreef SpA, di ritorno dalla 76^ edizione del Festival di Sanremo, conclusasi sabato con la vittoria di Sal Da Vinci.

Innanzitutto Davide ti ringraziamo per questa intervista che vuole aiutarci a scoprire da dove nasce e in che modo, la tua scelta di fare l’imprenditore.

Sei nato a Roma, in quale quartiere hai vissuto i primi anni di vita?

E cosa hai portato nel mondo, della Roma che è in te?

Sì, sono nato a Roma e sono monteverdino. Ma sono andato via da Roma subito dopo aver terminato il liceo. Appena conclusa la maturità sono partito per Londra dove ho studiato e dove sono rimasto per diversi anni, quindi posso dire di essermi formato come adulto più in Inghilterra che a Roma, di conseguenza mi risulta difficile dire cosa ho portato di Roma in quella esperienza perché ero poco più che un ragazzino.

Quando sono tornato, dopo oltre dieci anni, avevo già fondato la mia prima azienda e a 31 anni l'impatto con Roma e in generale con la società italiana e il modo in cui è organizzato anche il business, non è stato un impatto semplice, avendo all’epoca impostazioni più inglesi che italiane anche da un punto di vista di mentalità, anche riguardo il modo in cui venivano gestite le riunioni oppure organizzati gli appuntamenti; c'è una grande differenza tra come gli inglesi strutturano determinati percorsi e come lo fanno gli italiani.

Che rapporto hai con la tua città natale e quali sono, secondo te, i limiti e le opportunità che offre?

Intanto sono molto contento di essere tornato a Roma. Questo l'ho capito col tempo, ma oggi sono felice di aver avuto l'opportunità di tornare in Italia, di fare una famiglia, di crescere i miei bambini a Roma. Sono una persona pienamente soddisfatta e ho il privilegio di lavorare in un'azienda che ha un respiro internazionale e che, in qualche maniera, mi consente di poter continuare a lavorare senza confini. Molti dei nostri dipendenti vengono dall'estero e spesso tra di noi si parla più inglese che in italiano.

La bellezza della città di Roma è nota. Ho la fortuna di abitare al centro e la possibilità di passeggiare per questa meravigliosa città è veramente qualcosa di unico. Tuttavia è anche molto noto il limite della città di Roma, dovuto dal fatto che fatica a sviluppare nel migliore dei modi una veste imprenditoriale al passo con le altre grandi città europee. Faccio un paragone con Milano, dove negli ultimi dieci anni sono cresciuti molti quartieri con luoghi di aggregazione. È chiaro che qui non dobbiamo toccare il centro storico, ma tutto intorno ci sarebbe tantissimo da fare. Pensiamo ad esempio alla città dell'altra economia, al villaggio globale; un'altra capitale europea avrebbe trasformato quegli spazi in luoghi di aggregazione. Il limite fondamentale di questa città è che ancora non riesce a rendere compatibile la sua radice storica, da preservare, con l'innovazione per una crescita che deve essere di stampo internazionale. Da questo punto di vista abbiamo parecchio da imparare anche da Milano.

Puoi dirci dalla tua ottica di imprenditore cosa vedi per liberare appieno le potenzialità della città eterna?

Credo che Roma abbia ancora alcuni passi da fare per diventare grande. E’ una capitale dove tutti per lavoro vogliono venire; l'attrattiva di venire a Roma per lavoro è diffusa e importantissima per tutti, però se si tratta di fare business è una città dove ancora non si può dire che ci sia un centro di affari importante, manca ad esempio l'industria della musica che è trasferita quasi interamente a Milano. Soundreef è l'unica azienda di questa tipologia a Roma, con un numero importante di dipendenti e che assume continuamente; le “major” non ci sono più, sono solo a Milano e in generale, nel ramo discografico, esistono solo piccole realtà in termini di dipendenti, magari sono pure realtà culturalmente importanti ma sto parlando di capacità di generare posti di lavoro, che poi è quello che crea il business. Quindi in alcuni segmenti bisognerebbe fare dei passi importanti, ma per fare questi passi occorre promuovere dei centri di aggregazione. Sempre Milano, ad esempio, riesce ad attirare tante persone del business della musica, proprio perché ha creato dei centri di aggregazione nei quartieri che erano solo industriali. Vengono convertiti in luoghi dove effettivamente l'industria creativa e l'industria dello spettacolo riesce a stare a suo agio, perché magari ci sono anche uffici più ampi e più vivibili.

Quindi direi che c'è un grandissimo conflitto tra le meraviglie di questa città, che è estremamente godibile anche da un punto di vista climatico, ma con una profonda caratterizzazione sull'amministrazione pubblica che con uffici, ministeri e governo quasi monopolizza le attività della città. Ma se dobbiamo parlare di business c'è tanto da fare ancora. Ciò che di fatto invoglia a fare business e a far sì che le aziende investano, sono i centri di aggregazione, sono i quartieri moderni e ben collegati. Perché le etichette discografiche tornino a Roma, si deve incentivare un posto dove questi soggetti possano venire con piacere. E questo in parte è successo nell'area del Porto Fluviale, dove le agenzie pubblicitarie hanno cominciato a trasformare determinati posti e ha funzionato perché in qualche maniera oggi ci sono varie industrie di produzione, anche importanti, con uffici molto belli e funzionali. Però non può essere solamente il privato ad attivarsi. La sinergia pubblico-privato può incentivare la vivibilità delle aree, come già si fa a Londra, come si fa a Berlino, a Madrid, a Milano. In sostanza occorre individuare dei quartieri e creare dei poli di un certo tipo, perché questo possa avviare gli investimenti.

Ti sei laureato a Londra, presso la University of Essex ma poi sei tornato in Italia. Hai tenuto corsi e seminari in diverse università italiane. Alla luce della tua esperienza e dell’importanza che ha il fatto di aprirsi al mondo, c’è spazio in Italia per un rilancio dell’appeal del Bel Paese, che consenta ai giovani di rimanere, anziché migrare all’estero?

Non c'è alcun dubbio che l'Italia sia un Paese estremamente attraente, sia per gli italiani andati all'estero sia per gli stranieri che vogliono venire a investire o lavorare in Italia. Questo perché il nostro Paese è conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, anche se purtroppo ha dei limiti in quanto, di fatto, non ha regole certe. Non è il “no” che teme l'imprenditore. Le regole possono essere stringenti o non stringenti ma debbono comunque essere chiare e certe. E’ questo è il tallone d'Achille dell'Italia. Importante è poi la cultura del rischio che in Italia manca totalmente; è collegata al possibile fallimento che da noi viene visto ancora oggi come un grandissimo problema. All'estero, invece, è visto come una possibile fase di crescita, perché insegna che puoi fare di meglio nelle future avventure imprenditoriali. Importante in tutti i settori è anche l'attività di ricerca per l'innovazione, purtroppo spesso non pagata adeguatamente in Italia e questo fa sì che i ricercatori bravi vadano all'estero.

Puoi dirci, oggi che sei un imprenditore affermato, quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato prima di riuscire a scalare la vetta?

Innanzitutto direi che qui c'è tanto, anzi tantissimo da fare. Nel nostro caso non abbiamo avuto solamente difficoltà di tipo ordinario, come in tutti i business, noi abbiamo avuto delle difficoltà importantissime anche dal punto di vista legislativo, quando abbiamo iniziato una battaglia in Italia, perché fino al 2017 il monopolio della SIAE sembrava un monopolio legittimo. Erano in molti a ritenerlo tale. La Commissione europea ha liberalizzato il settore in tutta Europa dal 2017. Lo Stato italiano ha dovuto recepire questa liberalizzazione ma lo ha fatto solo parzialmente. Poi, nei sette anni successivi, sono intervenute numerose nuove norme e nuove sentenze. Per capire meglio come abbiamo contribuito a far cambiare la legge, abbiamo vinto procedimenti all'Antitrust, al Tar, al Consiglio di Stato e alla Corte di giustizia europea. Abbiamo vinto in qualsiasi grado di giudizio e quindi per noi il tema legale e il passaggio dal monopolio alla liberalizzazione è stato un tema particolarmente sentito e complesso. Ma contestualmente alla battaglia legale, c'è una battaglia che avviene in qualsiasi settore quando sfidi un ex monopolista. Quando questo evento accade, hai dei problemi di carattere strutturale da un punto di vista economico, commerciale e legale che devi superare. Quindi da una certa ottica il mercato monopolista è molto interessante, perché di solito è inefficiente e quindi ci sono ampi spazi per renderlo più efficiente, farlo crescere e fare innovazione. Dall'altra parte è sempre molto più complicato di un qualsiasi mercato, perché hai un monopolista potente che di fatto è abituato a imporre le proprie regole e quindi sei costretto a ricostruire completamente le regole del mercato per renderlo concorrenziale. E questa è la parte più difficile.

Bene, entriamo adesso un po’ più nel merito dell’azienda che hai fondato.

Soundreef è una società per azioni e nasce come alternativa ai modelli tradizionali di gestione dei diritti musicali: qual è oggi la vostra identità strategica nel panorama europeo?

In realtà la concorrenza, come ho già accennato, fa bene al mercato. Fa bene a tutti: agli autori, ai compositori, agli editori. Da quando siamo entrati, il valore del mercato del diritto d'autore è cresciuto, ossia la somma di ciò che viene “intermediato” dalla SIAE e dalla Soundreef dà un valore che è superiore al valore di mercato, rispetto a quando era solo gestito dalla SIAE. La concorrenza non ha fatto che migliorare i servizi sia di Soundreef sia di SIAE; ha migliorato la trasparenza e soprattutto ha dato molto più potere all'autore/compositore, che oggi ha libertà di scelta. Quindi, in realtà quello che è successo è ancora più positivo rispetto a dire che un nuovo concorrente ha mangiato delle fette di mercato all'ex monopolista o che ha messo in difficoltà l'ex monopolista. Piuttosto c'è un concorrente che è riuscito a creare un mercato liberalizzato ma allo stesso tempo a favore di tutti, persino a favore dell'ex monopolista. Questo è il nostro principale successo: aver creato qualcosa che funziona bene e cresce costantemente.

Cosa ci puoi dire della vostra vocazione internazionale?

Soundreef nasce in Inghilterra ed è internazionale. Uno dei nostri partner è la Sesac, una sorta di SIAE americana, e noi gestiamo per loro conto i diritti di Bob Dylan, dei Nirvana, dei Guns N’ Roses, di autori, compositori e band iconiche della storia della musica anglosassone e americana. Gestiamo anche i diritti di Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd e quindi quasi tutte le loro opere. Operiamo poi in termini di raccolta dell'online in tutta Europa, vale a dire che quando ti iscrivi a Soundreef, attraverso noi raccogli tutti i diritti delle diverse piattaforme, da Spotify a YouTube in un territorio pan european. E’ quindi chiaro che il nostro DNA è internazionale e lo sarà sempre di più. Questo è un beneficio per autori, editori e compositori italiani che scelgono Soundreef perché si iscrivono a una società che ha una visione internazionale.

C’è anche un nesso diretto con la vostra presenza a Sanremo? Cosa vi lega a questo Festival?

Noi gestiamo il diritto d'autore di 30.000 autori, compositori, editori italiani e tra questi ci sono alcuni tra i più importanti della storia della musica di ieri e di oggi. Ad esempio, gestiamo i diritti della co-conduttrice del festival Laura Pausini, di Giovanni Allevi, di Gigi D'Alessio, dei Pooh, di Arisa, di Masini ma anche di Federica Abbate, autrice che ha co-scritto il brano vincitore di Sanremo cantato da Sal Da Vinci. Gestiamo anche i diritti di diversi rapper molto importanti. Al Festival di Sanremo, abbiamo rappresentato nove brani su i trenta in gara. Quindi per noi quel Festival è un momento molto importante, dove si generano economie particolarmente rilevanti.

L’innovazione tecnologica - oggi in primo luogo l’intelligenza artificiale - in che modo sta ridefinendo l’industria musicale? Soundreef sta investendo in questa direzione? Con quali obiettivi?

Non c'è alcun dubbio che l'intelligenza artificiale sia una delle innovazioni più importanti della storia dell'umanità. Direi anche spiazzante perché la profondità e la pervasività di questa tecnologia è impressionante e chi la usa costantemente si rende conto di quante opportunità e quanti rischi vi siano; vanno veramente di pari passo.

Quindi è chiaro che la società che fa innovazione tecnologica, non può non avere nei suoi programmi una serie di procedure sviluppate con la propulsione di AI. Soundreef non fa eccezione e fino a poco tempo fa avevamo dei processi di un certo tipo che oggi sono stati totalmente automatizzati e comandati dalle AI. Ma guai farsi pervadere dall'intelligenza artificiale in maniera passiva. Per quanto riguarda la produzione e creazione di musica il compositore/autore deve guardare a questa innovazione come a dei “superpoteri” che però deve essere in grado di controllare perché non ci si può mai permettere che l’AI possa entrare in concorrenza con la creatività dell'autore. Questo dobbiamo assolutamente impedirlo perché non è corretto. Quindi noi dobbiamo creare una serie di regole, una serie di norme, di prassi che permettano all'autore di navigare in acque tranquille, anche utilizzando l'AI durante i processi produttivi e non possiamo permettere la nascita di contenuti creati solo con l'AI.

Concludo dicendo che in questo momento, e aggiungo per fortuna, il diritto d'autore esiste solo e solamente sull'opera creata prevalentemente dall'ingegno umano. E se c'è una cosa veramente inaccettabile è che determinate società che fanno musica generativa con l'AI, abbiano allenato i propri software con materiale protetto da diritto d'autore, senza aver chiesto il permesso e senza aver pagato i compensi dovuti per quel genere di attività. Ecco, questo è davvero inaccettabile, è una condotta perseguibile sia in sede civile, sia in sede penale.

Ci puoi parlare della recentissima iniziativa, lanciata da Soundreef, a margine della kermesse canora di Sanremo, con l’istituzione del premio dal titolo Connessioni d'Autore, destinato alla crescita e alla valorizzazione del talento compositivo e musicale?

Abbiamo voluto creare un premio per valorizzare le attività dell'autore e del compositore. A volte il ruolo dell'autore/compositore è poco evidenziato perché spesso il faro è fisso su chi canta ma non su scrive i testi e compone la musica. Il ruolo dell'autore/compositore è preziosissimo perché è la colonna portante del diritto d'autore. Da questo punto di vista abbiamo voluto istituire un premio che si rinnoverà di anno in anno e che destinerà 30.000 euro all'autore/compositore che più è cresciuto durante l'anno. Lo abbiamo annunciato pochi giorni fa, nel corso della settimana sanremese e confidiamo che possa essere ben accolto dagli autori e dai compositori. Per aderire bisogna presentare entro il 31 dicembre 2026 una candidatura presso il dipartimento artistico di Soundreef, dipartimento che, tra le altre attività, ha il compito di mettere in connessione, gratuitamente, gli autori con gli interpreti, in modo tale che si possano creare delle collaborazioni all'interno dell'ecosistema.

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