Roma, 24 febbraio 2026

Insulti omofobi e fischi durante la prima del film «Il ragazzo dai pantaloni rosa». La madre: «La parola è viva e uccide»

Mentre alla Festa del Cinema veniva proiettato il film sulla tragica storia di Andrea Spezzacatena, alcuni studenti delle scuole invitate hanno dato il peggio

di Rebecca ManganaroULTIMO AGGIORNAMENTO 1 anni fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Insulti omofobi e fischi durante la prima del film «Il ragazzo dai pantaloni rosa». La madre: «La parola è viva e uccide»

La proiezione del film «Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa», dedicato alla memoria di Andrea Spezzacatena, un quindicenne suicida a causa del bullismo, si è trasformata in un paradossale palcoscenico di quegli stessi comportamenti che il film condanna.

Come denunciato da un giornalista, durante la visione alla Sala Sinopoli di Roma, alcuni studenti presenti hanno reagito con gridolini, risatine, insulti omofobi e applausi di scherno, interrompendo la proiezione con fischi, ululati e frasi offensive come «fr*cio» e «ma questo quanno s’ammazza».

Un’amara ironia della sorte, che ha trasformato un evento dedicato alla lotta contro il bullismo in una sua crudele rappresentazione. La notizia ha suscitato immediata reazione da parte del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha dichiarato su X: «Ho sentito la direttrice dell’ufficio scolastico regionale, Anna Paola Sabatini, e ho chiesto di attivarsi per conoscere chi siano i responsabili di questi comportamenti vigliacchi e squallidi. Rinnovo la mia vicinanza e solidarietà alla mamma di Andrea. Il bullismo va contrastato con la massima severità. Appena saranno noti i nomi dei responsabili, andrò nella loro scuola perché voglio incontrarli personalmente».

La replica della madre: «La parola uccide, ma non mi piego»

Sui social arriva il commento della madre di Andrea. Ecco il post di Teresa Manes: «Quanto accaduto dà la misura dei tempi che viviamo. Un gruppo di studenti, accompagnati( e sottolineo accompagnati) alla proiezione del film ha pensato male di disturbarne la visione, lanciando dalle poltrone su cui si erano accomodati parole pesanti come macigni».

Il post elenca gli insulti: «Fr*cio, Ma quando s'ammaxxa, Gay di mxxxa sono solo alcuni degli insulti rivolti a mio figlio. Ancora oggi, 12 anni dopo. Ancora oggi, anche se morto. Quando poco fa mi è stata riportata la notizia, mi è stato pure chiesto quanta rabbia mi facesse tutto questo. La rabbia è un'emozione che non mi appartiene.

Pure il senso d'impotenza ho scoperto col tempo essere uno stato a me ignoto. Credo però fermamente che noi adulti dobbiamo essere esempio e guida per le nuove generazioni. Quegli insulti erano sorretti dall'impalcatura della indifferenza che è la forma più subdola della violenza. Mi piacerebbe che chi continua a negare l'omofobia in questo Paese prendesse spunto da quanto accaduto per rivedere il proprio pensiero e regolare il proprio agito.

Perché la parola non è un concetto vuoto. La parola è viva ed uccide. Io, di certo, non mi piego. Anzi, continuerò più forte di prima. Mio figlio non c'è più ma l'omofobia a quanto pare si».

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