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Vandalizzata Sapienza durante corteo per Ilaria Sula. La rettrice: «Perché affrontare un tema condiviso con modalità divisive?»

  • Immagine del redattore:  Redazione La Capitale
    Redazione La Capitale
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Invece di provare a mettersi in discussione e capire le ragioni della protesta, la rettrice si concentra su graffiti e scritte sui muri

minerva sapienza non una di meno

Dolore e sdegno hanno attraversato la comunità di Sapienza nelle giornate di mobilitazione per Ilaria Sula, la studentessa vittima di femminicidio. Migliaia di persone, tra studenti, docenti e personale universitario, si sono radunate prima davanti all’edificio di Statistica, poi in altre aree dell’Ateneo per esprimere la loro rabbia e chiedere giustizia.


«Riteniamo importante e significativa una mobilitazione le cui motivazioni sono da tutte e tutti noi condivise» ha commentato la rettrice Antonella Polimeni in un post sui social. Dopo un iniziale sostegno, però, la rettrice punta il dito sugli atti di vandalismo avvenuti nel corso della manifestazione organizzata dal collettivo transfemminista Non Una Di Meno,


Un gruppo di partecipanti ha superato le transenne di cantiere in piazzale Minerva, imbrattando lo scalone monumentale, la vasca antistante e la statua della dea, simbolo dell’Università. «Un gruppo di manifestanti ha sfondato l’area cantiere - scrive Polimeni -, per imbrattare e deturpare lo scalone monumentale, la vasca di fronte alla Minerva e la statua stessa. L’imbrattamento è successivamente continuato in altri luoghi della Città universitaria» ha denunciato la rettrice.


La condanna della rettrice

«I danni stimati, stando a una prima valutazione dei tecnici, sono ingenti» ha sottolineato Polimeni, esprimendo la sua preoccupazione per un atto che ha colpito uno dei simboli storici dell’Ateneo, recentemente restaurato dopo anni di attesa e ingenti investimenti.


«Perché affrontare un tema condiviso con modalità divisive? Perché caratterizzare con il vandalismo di un bene pubblico la lotta contro una delle più orribili forme di violenza, il femminicidio?» si è chiesta la rettrice. «Perché onorare la memoria di una vittima della cultura patriarcale deturpando luoghi che lei ha frequentato e probabilmente amato?».


Un interrogativo che lascia aperto il dibattito sul confine tra protesta e rispetto degli spazi comuni, in una mobilitazione che ha comunque testimoniato il forte coinvolgimento della comunità accademica nella lotta contro la violenza di genere.


Le ragioni della protesta

La mobilitazione è nata come risposta alla lunga scia di femminicidi che nel solo 2025 ha già contato 15 vittime*. La rabbia esplosa nelle piazze della Sapienza non si è limitata al lutto per Ilaria Sula, ma ha voluto denunciare l’inerzia delle istituzioni e un modello culturale considerato il vero responsabile della violenza di genere.


Le attiviste hanno contestato la narrazione mediatica dei femminicidi, che spesso riduce questi crimini a episodi isolati o a gesti di follia individuale, senza riconoscerli come un fenomeno sistemico. Sul palco improvvisato a piazzale Aldo Moro, sono state criticate anche le istituzioni universitarie e politiche, accusate di non mettere in campo strumenti concreti di prevenzione, come centri antiviolenza e percorsi di educazione al consenso.


«Non basta un post su Instagram per ripulirsi la coscienza – hanno denunciato le manifestanti –. Dove sono le misure di prevenzione? Dove sono i centri antiviolenza all’interno dell’università?». Lo slogan ricorrente «Né fiori, né panchine rosse, vogliamo soluzioni reali» ha sintetizzato la richiesta di azioni strutturali e non solo simboliche.


*I dati fanno riferimento a quanto raccolto dall'Osservatorio nazionale sui femminicidi, lesbicidi e transcidi di Non Una Di Meno, aggiornato all'8 marzo 2025.


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