Roma, 17 marzo 2026
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Femminicidio Ilaria Sula, Samson in aula: «Mi è sceso un velo sugli occhi. Non ricordo quante volte l'ho colpita»

Un nuovo elemento è emerso durante l'udienza riguarda il controllo costante che Samson esercitava sulla vita privata della vittima. L'imputato ha ammesso di aver sottratto le credenziali social della ragazza per monitorarne le conversazioni a sua insaputa

di Redazione La CapitaleULTIMO AGGIORNAMENTO 3 ore fa - TEMPO DI LETTURA 2'
Femminicidio Ilaria Sula, Samson in aula: «Mi è sceso un velo sugli occhi. Non ricordo quante volte l'ho colpita»

Una cronaca di un controllo ossessivo. Questo è emerso durante il processo a carico di Mark Antony Samson. Davanti alla terza Corte d’Assise di Roma, nell'aula bunker di Rebibbia, il giovane reo confesso dell'omicidio di Ilaria Sula ha ricostruito i dettagli di quel 25 marzo dello scorso anno, quando la vita della ventiquattrenne si è spezzata nell'appartamento di via Homs, nel quartiere Africano.

L'udienza odierna è stata segnata dalla presenza dei genitori della vittima, che hanno assistito alla deposizione indossando magliette con il volto della figlia, mentre l'imputato tentava di dare una spiegazione razionale a una violenza che la Procura qualifica invece come premeditata.

Il rito della colazione e l'esplosione della violenza

Secondo quanto dichiarato da Samson davanti alla terza Corte d’Assise, la mattinata del delitto era iniziata in modo apparentemente premuroso. «Ho preparato la colazione, ho apparecchiato con cura», ha raccontato l'imputato, prima di descrivere come la situazione sia repentinamente degenerata. Al centro della lite, le bugie di lui sul percorso universitario, che Ilaria aveva scoperto rendendosi conto che gli esami e i voti vantati dal fidanzato non erano mai esistiti.

«Non so spiegare neanche io che cosa mi è preso, è come se mi fosse sceso un velo sugli occhi», ha tentato di giustificarsi Samson parlando di quel mix di emozioni negative che lo avrebbe portato a infierire sulla ragazza. «Non mi ricordo quante volte l’ho colpita sul volto, sicuramente più di due», ha aggiunto, nonostante i rilievi autoptici parlino di tre coltellate fatali al collo.

Il controllo ossessivo e lo spionaggio digitale

Un altro elemento emerso durante l'udienza riguarda il controllo costante che Samson esercitava sulla vita privata della vittima. L'imputato ha ammesso di aver sottratto le credenziali social della ragazza per monitorarne le conversazioni a sua insaputa. «Lei non sapeva che avevo le password dei suoi profili, le avevo prese senza che se ne accorgesse», ha spiegato, giustificando il gesto con la convinzione che «se devi capire se ami qualcuno, non ti metti su un sito di incontri».

Ma quando il pubblico ministero Giuseppe Cascini gli ha contestato che anche lui frequentava un'altra donna nello stesso periodo, Samson è rimasto in silenzio, incapace di rispondere alle incongruenze del suo comportamento.

L'occultamento del cadavere e il ruolo della madre

La deposizione ha toccato anche i momenti successivi all'omicidio, quando la lucidità sembra essere tornata per gestire la sparizione del corpo. In questo scenario si inserisce la figura della madre di Samson, che ha già patteggiato una pena a due anni per concorso in occultamento di cadavere.

«Non ho detto sempre la verità perché quando mia mamma non era ancora indagata cercavo di tutelarla», ha ammesso l'imputato. La procura contesta ora a Samson l'omicidio volontario con le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della relazione affettiva, delineando un quadro che va ben oltre il "raptus" momentaneo descritto dalla difesa.

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